Cui prodest (a chi giova)? Gennaio 2026

Benvenuto 2026!

“Anno nuovo, vita nuova” si dice. E tutti si ripromettono il coraggio di realizzare i buoni propositi e di dare una svolta a ciò che proprio non va, almeno a livello personale. Ma a livello globale ci sono speranze?  Purtroppo non è affatto cambiato lo scenario dei conflitti internazionali, nonostante la Pace venga reclamata a gran voce da parte di tutti i popoli.  E allora una domanda sorge spontanea: “cui prodest? (a chi giova?)” Questa espressione latina risuona oggi con una forza brutale davanti ai conflitti  nel mondo.  La risposta è che, mentre il costo umano delle guerre è misurabile in vite spezzate e macerie, il bilancio economico e politico rivela una realtà differente: per alcuni attori, la guerra non è una tragedia, ma un'opportunità di consolidamento del potere e di profitto.

Facendo un'analisi di come si intrecciano gli interessi dietro l'uso di armamenti e tecnologie moderne, risulta che il primo beneficiario è il complesso militare-industriale. Giganti della difesa vedono i propri titoli azionari impennarsi a ogni escalation geopolitica, tanto che nel 2024 e 2025 i fatturati legati alla difesa hanno raggiunto record storici.

E non si tratta solo di vendere munizioni, perché la guerra moderna è un laboratorio continuo per le nuove tecnologie:

Droni e AI: i conflitti attuali permettono di testare algoritmi e sistemi d'arma in scenari reali, accelerando uno sviluppo tecnologico che verrà poi rivenduto ai governi di tutto il mondo.

Cyber-security: La guerra genera una domanda perenne di protezione delle infrastrutture critiche, creando una rendita fissa per le aziende tecnologiche.

Per la politica un nemico esterno motiva misure eccezionali con aumento della spesa pubblica e l’emergenza giustifica a diffondere l’illusoria necessità di armarsi per difendersi.

Inoltre, il possesso di tecnologie belliche (microchip, satelliti, terre rare ecc.) dà  un potere di ricatto o di influenza sui propri alleati e avversari, trasformando la propria capacità distruttiva in leva decisionale a livello internazionale.

E poi, si sa, l'economia di guerra offre grandi  rendite finanziarie: sulla fabbricazione di armi guadagnano i grandi fondi d'investimento e le istituzioni finanziarie. Miliardi di dollari fluiscono verso la produzione bellica, attratti da contratti garantiti e margini di profitto elevatissimi.

Ma, contrariamente all’idea indotta che la guerra "faccia bene all'economia" in generale, i dati mostrano che essa avvantaggia solo poche élite: mentre il Pil può crescere grazie alla produzione di armi, la ricchezza reale dei cittadini diminuisce a causa dell'inflazione e del drenaggio di risorse pubbliche, oggi sottratte a Sanità, Istruzione e Transizione ecologica.

Le guerre moderne sono spesso finalizzate al controllo delle rotte commerciali e delle risorse energetiche. Chi  esce vincitore da una guerra non ottiene solo terre, ma anche il controllo sui flussi di gas, petrolio, energia o sui corridoi digitali.

Infine la ricostruzione stessa, post-conflitto, diventa un affare miliardario per le medesime lobby delle nazioni che hanno fornito le armi per distruggere, chiudendo un cerchio di profitto che arricchisce una ristretta cerchia  a discapito della gente comune.

Dunque a  chi giova la guerra?  A una minoranza organizzata  (grandi azionisti, vertici militari , leader politici, grandi imprenditori ecc.)  che riesce a  trasformare l'insicurezza globale in una personale risorsa economica. Per la maggioranza della popolazione, invece, l'uso di armamenti rappresenta un dramma immediato per la perdita di persone e di beni primari indispensabili, oltre che un debito economico che graverà sulle  future generazioni.

Prendere purtroppo coscienza di questa realtà è necessario per educarci al cambiamento e per sperare in un futuro migliore, secondo un ottimismo che non deve mai mancare. Perciò, sull'onda di questo ottimismo, a tutti auguriamo

Buon Anno!

da Associazione TeS – Tempo  e Spazio

 

    

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