Quale futuro? Maggio 2026

Negli ultimi anni il presente è diventato sempre più incerto: le guerre che attraversano diverse aree del mondo, le reazioni internazionali frammentate e contraddittorie, e una crescente difficoltà nel trovare soluzioni alimentano un diffuso senso di smarrimento. A ciò si aggiunge una sfiducia sempre più radicata nel futuro, percepito non come promessa ma come minaccia, non come spazio di possibilità ma come orizzonte instabile. In un contesto simile, orientarsi diventa difficile e la necessità di punti di riferimento si scontra con la consapevolezza che molte delle certezze del passato non sono più possibili. Qual è allora la strada da percorrere per superare questo malessere che pervade oggi le nostre società, impedendoci di avere la prospettiva di un futuro migliore? Proviamo a ragionare prendendo spunto dal filosofo-sociologo Zygmunt Bauman che, nel 2016, in una delle sue ultime lezioni, invitò a riflette sull’incertezza di non poter prevedere come sarà il futuro, perché il mondo ci coglie sempre di sorpresa, impreparati.
Il futuro ci spaventa e lo percepiamo come impossibilità di avanzamento, perché non siamo in grado di controllarlo. E comunque del futuro abbiamo immagini che non ci piacciono, immagini di retrocessione. Per questo preferiamo rifugiarci nel passato. Questa mossa tuttavia non è salvifica. “Il passato è immaginario quanto il futuro”. Non siamo stati nel futuro e non lo conosciamo, ma non siamo stati nemmeno nel passato non recente. E leggere libri che descrivono il passato difficilmente restituisce sensazioni di una vita realmente vissuta. Anche “ricordare” è interpretare in modo particolare il passato. E “raccontare la storia” significa prendere posizione sul corso degli eventi passati.
Per migliorare l’idea di futuro dovremmo modificare il nostro agire, senza però cercare certezze. Percorso possibile se ci assumeremo la responsabilità di aprire con fiducia la strada alle nuove generazioni, liberandoci dall’illusione che il futuro si costruisca da solo.
Secondo Bauman, per scongiurare la crisi totale della società, oltre che abbandonare il fatalismo, occorre proprio investire sulla “generazione dopo di noi”, non pensando a una futuribile “comunità dei nostri sogni”, ma alla “comunità realmente esistente”, in modo da affrontare con realismo e apertura mentale i problemi attuali.
In questo senso, il futuro non è un territorio da temere, né un copione già scritto, ma uno spazio di possibilità che prende forma attraverso le nostre scelte quotidiane. Accettarne l’incertezza non significa rinunciare ad agire, bensì riconoscere che proprio nell’imprevedibilità risiede la nostra responsabilità più autentica. Solo abbandonando la nostalgia paralizzante del passato e il timore di ciò che verrà, possiamo costruire un presente capace di generare un futuro più abitabile, possibilmente fondato su relazioni, consapevolezza e impegno condiviso giorno dopo giorno.
Affermando le nostre opinioni, senza subire con indifferenza gli avvenimenti e le ingiustizie, e impegnandoci, ciascuno secondo le proprie possibilità, nella soluzione dei problemi e nelle azioni concrete che aiutino ad affrontare le difficoltà del presente, aumenteremo la speranza di un futuro migliore per tutta la comunità civile.

 

 

 

 

 

 

    

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