Nel centenario dell'entrata in guerra dell'Italia nel primo conflitto mondiale (1915-18), il pensiero va alle numerosissime vittime della Grande Guerra e di tutte le guerre. Il seguente brano è tratto da "Niente di nuovo sul fronte occidentale" del tedesco Eric Maria Remarque, che fu soldato e reduce della Prima Guerra mondiale.

Me ne sto curvo in una grande buca, con le gambe nell’acqua fino alla vita (..)
Sto per voltarmi un poco e cambiar posizione, quand'ecco qualcosa ruzzola giù: un tonfo in acqua, un corpo pesante è cascato nella buca, addosso a me...
Non penso, non decido, colpisco pazzamente, sento che il corpo sussulta, e poi si affloscia e s'insacca: quando ritorno in me, ho la mano bagnata, viscida...
L'altro rantola. Ho l'impressione che urli, ogni suo respiro è come un grido, un tuono, ma sono soltanto le mie arterie che battono. Vorrei tappargli la bocca, riempirla di terra, pugnalarlo ancora: deve tacere, mi tradisce; ma sono intanto tornato in me, e sono ad un tratto così debole, che non posso piú alzar la mano contro di lui.
Mi trascino dunque nell'angolo più lontano, e resto là, con gli occhi sbarrati, il coltello in pugno, pronto, se si muove, a saltargli addosso un'altra volta... Ma non farà piú nulla, lo sento dal suo rantolare.
E provo un desiderio solo, venirmene via. Se non parto subito diventerà troppo chiaro: già ora è difficile. Ma quando tento di alzare la testa, vedo che è impossibile. Il fuoco delle mitragliatrici è così fitto, che sarei crivellato prima di fare un solo balzo.
... Aspetto febbrilmente un attacco dei nostri. I minuti stillano ad uno ad uno. Il fuoco non diminuisce: ora è egualmente intenso dalle due parti. Certo i nostri mi hanno dato per morto da un pezzo...

La figura dinanzi a me fa un movimento. Guardo da quella parte e i miei occhi rimangono fissi, come sì fossero inchiodati. È un uomo con un paio di baffetti; la testa gli pende da un lato sul braccio. L'altra mano preme il petto, nero di sangue.
È morto, dico a me stesso: deve esser morto, non sente più nulla; chi rantola è soltanto il suo corpo. Ma la testa tenta di sollevarsi, il gemito si fa per un istante piú forte, poi la fronte ricade sul braccio. L'uomo non è morto: apre gli occhi e mi fissa con un'espressione di indicibile orrore. Mi trascino verso di lui, un orribile cammino di tre metri. Finalmente eccomi presso di lui. Giace immobile, ma negli occhi gli leggo che vuol fuggire, una volontà di fuga così tremenda che gli occhi gridano, urlano, tutta la vita si raccoglie in uno sforzo immenso, di fuggire, di fuggire; in uno spaventoso orrore della morte... e di me.
... Mi piego su di lui, ... mentre mormoro: « Ma no, ti voglio soccorrere, compagno, camarade, camarade... ». E ripeto con insistenza la parola, perché la capisca.
Sono tre pugnalate. Il mio pacchetto di medicazione le fascia, ma il sangue scorre sotto le bende; le comprimo e il ferito geme.
È tutto quello che posso fare. Ora non resta che aspettare, aspettare...

Che ore! Il rantolo ricomincia: come è lento a morire un uomo! Perché lo so: salvarlo non è possibile. 
Verso mezzogiorno la mia mente è ai margini dell'incoscienza. La fame mi rode i visceri; quasi piango di rabbia per questo voler mangiare, ma non me ne posso difendere. Più volte do acqua al moribondo e ne bevo io stesso.
È la prima creatura umana che io abbia ucciso con le mie mani, che io possa veder da vicino, e la cui morte sia opera mia...
Ogni suo respiro mi strappa il cuore. Questo morente ha un pugnale invisibile col quale mi colpisce: il tempo e il mio pensiero.
Non so che cosa darei perché rimanesse in vita. E’ duro starsene qui, doverlo vedere, doverlo udire... Alle tre del pomeriggio è morto. 

Il silenzio mi sembra ben presto anche più insopportabile che quel gemere di prima... Gli chiudo gli occhi. Sono castani; i capelli neri, con qualche riccio sulle tempie. La bocca è carnosa sotto i baffi; bruna la pelle, non più livida come poc'anzi, mentre era ancora in vita. 
Certo, sua moglie ora penserà a lui: lei non sa quello che gli è accaduto. Egli ha l'aria d'un uomo che scriva spesso alla moglie: ed ella riceverà ancora lettere di lui, domani, tra una settimana, forse una lettera perduta ancora fra un mese. Ella le leggerà, ed egli le parlerà ancora.
Il mio stato peggiora, non sono più padrone dei miei pensieri. Come sarà quella donna? Se mia madre mi vedesse così... Quest'uomo avrebbe potuto campare almeno altri trent'anni, se io mi fossi impresso meglio la via del ritorno. Se fosse passato due metri più a sinistra, a quest'ora sarebbe là, nella sua trincea, e scriverebbe un'altra lettera alla sua donna...

Il silenzio diventa lungo e vasto. lo mi metto a parlare, debbo parlare. Mi rivolgo al morto e gli dico: « Compagno, io non ti volevo uccidere. Se tu saltassi un'altra volta qua dentro, io non ti ucciderei, purché anche tu fossi ragionevole. Ma prima tu eri per me solo un'idea, una formula di concetti nel mio cervello, che determinava quella risoluzione. Io ho pugnalato questa formula. Soltanto ora vedo che sei un uomo come me. Allora pensai alle tue bombe a mano, alla tua baionetta, alle tue armi; ora vedo la tua donna, il tuo volto e quanto ci somigliamo. Perdonami, compagno! Noi vediamo queste cose sempre troppo tardi. Perché non ci hanno mai detto che voi siete poveri cani al par di noi, che le vostre mamme sono in angoscia per voi, come per noi le nostre, e che abbiamo lo stesso terrore, e la stessa morte e lo stesso patire... Perdonami, compagno, come potevi tu essere mio nemico? Se gettiamo via queste armi e queste uniformi, potresti essere mio fratello.
Prenditi venti anni della mia vita, compagno, e alzati; prendine di più, perché io non so che cosa ne potrò mai fare ».
Silenzio. Il fronte è tranquillo, salvo il crepitare della fucileria. Il tiro è fitto, non si spara a caso, si mira bene da ambo le parti. Uscire è impossibile.
« Scriverò io a tua moglie » mormoro in fretta al morto « le scriverò, avrà la notizia da me, le dirò tutto quello che dico a te, non deve patire, voglio soccorrere lei e i tuoi genitori. »
La sua uniforme è ancora a metà aperta. Il portafogli si trova facilmente, ma esito a mettervi le mani. C'è dentro il libretto personale. Finché non so il suo nome potrò forse ancora dimenticare, il tempo cancellerà la sua immagine. Ma il suo nome è un chiodo che si pianterà in me e non si potrà strappare mai più. E avrà il potere di rievocare ad ogni istante questa scena: tutto ritornerà e ricomparirà davanti a me.
Indeciso, tengo in mano il portafogli. Mi sfugge dalle dita e si apre; ne cadono alcune fotografie, qualche lettera. Sono i ritratti di una donna e d'una bambina.
Sento che perdo la testa: ma una cosa comprendo bene, che a questa gente non dovrò mai scrivere, come pensavo di fare poc'anzi. È impossibile. Guardo ancora i due ritratti; non è gente ricca. Potrò mandare loro danaro, senza svelarmi, se un giorno guadagnerò qualcosa. M'aggrappo a questa idea, che è un piccolo punto fermo.
Questo morto è legato alla mia vita; perciò, se voglio salvarmi, devo fare tutto per lui... e nel mio profondo c'è la speranza che in questo modo io mi riscatti, e possa forse uscir salvo di qui. Perciò apro il libretto e leggo lentamente: Gérard Duval, tipografo. Con la matita del morto trascrivo l'indirizzo su una busta, e con improvvisa fretta ripongo tutto il resto nella sua giubba.
lo dunque ho ucciso il tipografo Gérard Duval, penso smarrito...

Dopo mezzogiorno mi sento più calmo ... Quella febbre è passata. «Compagno » dico al morto, ma con pacatezza: «oggi a te, domani a me. Ma se scampo, compagno, voglio combattere contro ciò che ci ha rovinati entrambi: che a te ha tolto la vita ... e a me? La vita anche a me.  Ma te lo prometto: non dovrà accadere mai più. »

            

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