Una pagina di cronaca lombarda della Liberazione

Nella ricorrenza del 25 Aprile festeggiamo la Liberazione e l’impegno dei Partigiani, che ebbero la forza e il coraggio di lottare per la Libertà, per la costruzione di un’Italia e di un’Europa libere dalle ideologie distorte che a fine anni ’30 avevano trascinato il mondo nella tragedia della Seconda Guerra Mondiale.
La liberazione si festeggia il 25 aprile perché Genova, Torino e poi Milano e altre città furono liberate a partire da quella data del 1945. Ma nella periferia del Milanese e nella Bergamasca anche nei giorni successivi avvennero ancora scontri tra partigiani e nazisti o fascisti, causando altre vittime.
Ecco una pagina tratta da testimonianze rese su fatti accaduti in quei giorni nelle zone della vicina Bergamasca.

Nella Giornata del 28 Aprile 1945 a Brusaporto, in provincia di Bergamo, in tarda mattinata erano sorti contrasti in paese. Si sapeva che il giorno della Liberazione era giunto e certi sostenitori dei partigiani si erano avviati verso la Contrada del Bosco per farla pagare a dei fascisti che avevano là il loro ritrovo. Tra le più note “Camicie nere” della zona faceva spicco “Gioàn del Bobe”. Il gruppo era già arrivato davanti alla sua casa, quando li raggiunse Paolo Rapizza. L’uomo con non poche difficoltà riuscì a convincere tutti ad abbandonare il proposito di vendicarsi: “Ormai la guerra è finita “ – disse - “dobbiamo scacciare la rabbia che abbiamo inghiottito in questi anni”. Aveva ascendente sulle persone: non per niente era responsabile di un gruppo di partigiani.
Nel pomeriggio il Pàol era a casa per lo sciopero indetto per la Liberazione ed era contento: finalmente era arrivata la pace e la fine di un incubo durato anni.
Ma verso le 17 arrivò con una topolino il Giovanni Caldara di Albano Sant’Alessandro (responsabile della sezione partigiana di quel paese) con altri partigiani, per invitare il Paol a seguirlo, per controllare l’ultima colonna di tedeschi che si ritirava verso il Tonale.
La moglie di Paolo, forse colta da presentimento, intervenne pregandolo di non andare: “Non è finita la guerra?” Ma il Caldara riuscì a convincerlo: si sarebbero recati a Seriate e oltre, per raccomandare di star tutti al riparo nelle loro case, durante il passaggio della colonna militare.
Imbracciati i fucili, partirono in sette, alcuni all’interno della Topolino, altri seduti sui parafanghi delle ruote anteriori. Sgombrate le strade, più tardi a Comonte, vicino al bar del Nessi, erano scesi dalla macchina con una bandiera tricolore in mano e il fucile in spalla, per guardare passare l’ultima colonna in ritirata. Ed ecco spuntare le camionette di soldati. Ma passando i tedeschi hanno cominciato a sparare all’impazzata, mentre il gruppo di partigiani si riparava giù da un dosso che costeggiava la ferrovia.
Il Caldara però fu subito colpito da una pallottola; poi toccò al Pàol, mentre era già steso a terra. Le ultime camionette passarono oltre; sopra non c’erano solo tedeschi: c'è chi sostiene di aver visto, tra i militari, alcuni fascisti in fuga che, riconosciuti i capi dei due gruppi partigiani della zona, li hanno indicati ai tedeschi. Quello che colpisce è che la morte di Giovanni Caldara e Paolo Rapizza sia avvenuta proprio nel giorno tanto atteso della Liberazione.

Questa è una pagina di cronaca lombarda della Liberazione, e quel Giovanni Caldara, classe 1908, era il padre di mio suocero. Un certificato attesta che era arruolato nella 17° Brigata Garibaldi e che è deceduto in uno scontro con i nazifascisti il 28 aprile del ‘45. Il documento è esposto all’Istituto Bergamasco per la Storia della Resistenza, un museo sorto a ricordo di persone che appartenevano alle nostre comunità, alle nostre famiglie: gente comune che, non con l’inchiostro, ma con il suo sangue, ha scritto pagine della Storia della Resistenza: in nome della Libertà.

                                      Da "Annotazioni di Piera"

 

 

            

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