Scherzetto d’Aprile.                                         Aprile  2016 

                        
E’ Aprile e come ogni primavera la natura è tornata a risplendere e a far nascere i fiori e gli amori. Ma senza nulla concedere al romanticismo, nel linguaggio tipico della metà del Trecento proponiamo qui un’allegra storia di due innamorati di quel tempo lontano, di cui parla questa scherzosa novella tratta (in forma ridotta) dal Decamerone di Giovanni Boccaccio .  

Settima giornata-3°novella: Messer Rinaldo e Madonna Agnesa
Dovete sapere che in Siena ci fu un giovane assai leggiadro e d’onorevole famiglia, il quale ebbe nome Rinaldo. Egli amava sommamente madonna Agnesa, una sua vicina assai bella e moglie d’un ricco vecchio uomo; e sperando aver da lei ogni cosa che egli disiderasse, non vedendone alcun modo ed essendo la donna gravida, pensossi di volere suo compar divenire; e accontatosi col marito di lei, per quel modo fu fatto; ma poco ciò gli valse, cosicchè Rinaldo decise di farsi frate.
Così adunque ritornato a Siena, frate Rinaldo cominciò a visitare molto spesso la comare; e cresciutagli baldanza, con più instanzia che prima non faceva, la cominciò a sollicitare a quello che egli di lei disiderava.
La buona donna, parendole frate Rinaldo forse più bello che non soleva, essendo un dì molto da lui sollicitata, disse:
- Ma come! frate Rinaldo, o fanno così fatte cose li frati?
A cui frate Rinaldo rispose:
- Madonna Agnese, qualora io avrò questa cappa fuor di dosso, che me la traggo molto agevolmente, io vi parrò un uomo fatto come gli altri, e non frate.
La donna fece bocca da ridere, e disse:
- Ohimè trista, egli sarebbe troppo gran male; e io ho molte volte udito che è gran peccato!
 A cui frate Rinaldo disse:
- Voi siete una sciocca, se per questo lasciate. Io non dico che non sia peccato, ma Iddio perdona a chi si pente!
La donna, che di piccola levatura aveva bisogno, rispose: - Chi saprebbe rispondere alle vostre savie parole?-  e appresso si recò a fare i suoi piaceri; né pure una volta, ma più e più volte si ritrovarono insieme.
Ma tra l’altre una n’avvenne che, essendo frate Rinaldo venuto a casa della donna, e vedendo quivi niuna persona essere, altri che una fanticella della donna, mandato il frate compagno suo con essolei nel palco di sopra ad insegnarle il paternostro, egli colla donna, che il fanciullin suo avea addormentato, se n’entrarono nella camera, e dentro serratisi, s’incominciarono a trastullare.
E in questa guisa dimorando, avvenne che il compar marito tornò, e senza esser sentito da alcuno, fu all’uscio della camera, e trovandolo serrato, picchiò e chiamò la donna.
Madonna Agnesa, questo sentendo, disse:
- Io son morta, ché ecco il marito mio!
Frate Rinaldo spogliato, in tonicella, questo udendo disse:
- Voi dite vero: se io fossi pur vestito, qualche modo ci avrebbe; ma, se voi gli aprite ed egli mi truovi così, niuna scusa ci potrà essere.
La donna subito riprese:
- Or vi vestite; e vestito che voi siete, recatevi in braccio vostro figlioccio, e ascolterete bene ciò che io gli dirò, sì che le vostre parole poi s’accordino con le mie, e lasciate fare a me.
Il buon uomo non avea smesso di bussare, che la moglie rispose:
- Io vengo a te; - e levatasi, se n’andò all’uscio della camera e aperselo dicendo:
- Marito mio, ben ti dico che frate Rinaldo nostro compare Iddio il ci mandò, per lo bene del fanciul nostro.
Quando l’uomo udì questo, chiese:
- Come?
- O marito mio, - disse la donna – al piccino venne dianzi uno sfinimento, ed io non sapeva né che mi fare, né che mi dire; se non che frate Rinaldo nostro compare venne e recatoselo in collo disse: - Comare, non abbiate paura, ché innanzi che io mi parta di qui voi vedrete il fanciul sano come voi vedeste mai. - E per dir certe orazioni, mandò il compagno suo nel più alto luogo della nostra casa, ed egli e io qua entro ce n’entrammo. Perché altri non c’impacciasse, qui ci serrammo, e ancora l’ha egli in braccio, or che il fanciullo è già tutto tornato in sé.
Il pover uomo credendo queste cose, non pose l’animo allo ’nganno fattogli dalla moglie, ma, gittato un gran sospiro, disse:
- Il voglio andare a vedere.
Frate Rinaldo, che ogni cosa udito avea, ed erasi rivestito a bello agio e avevasi recato il fanciullo in braccio, chiamò:
- O comare, non sento io costà il compare?
Rispose l’uomo:
- Messer sì.
- Adunque, - disse frate Rinaldo - venite qua. Tenete il vostro figliuolo per la grazia di Dio sano, dove io poco fa temetti per la di lui salute; e farete porre una statua di cera a laude di Dio dinanzi alla figura di messer santo Ambruogio, per li meriti del quale Iddio ve n’ha fatta grazia.
Il fanciullo, veggendo il padre, corse a lui e fecegli festa, come i fanciulli piccoli fanno; il quale recatoselo in braccio, lagrimando il cominciò a baciare e a render grazie al suo compare che guerito glielo avea.
Il compagno di frate Rinaldo, che non un paternostro, ma forse più di quattro n’aveva insegnati alla fanticella, veggendo la cosa in buoni termini, se ne venne giuso, ed entrato nella camera disse:
- Frate Rinaldo, quelle quattro orazioni che m’imponeste, io l’ho dette tutte.
A cui frate Rinaldo disse:
- Fratel mio, hai fatto bene. Dominedio tra per la tua fatica e per la mia ci ha fatta grazia che il fanciullo è guerito.
Il buon marito fece venire ottimi vini e confetti, e fece onore al suo compare e al compagno. Poi, con loro insieme uscito di casa, li accomandò a Dio; e senza alcuno indugio, fatta fare una imagine di cera, la mandò ad appiccare dinanzi alla figura di santo Ambruogio.

La novella, un po’ piccante, è nel tipico stile del Decamerone: la raccolta di novelle del Boccaccio ha infatti un taglio spesso umoristico e frequenti richiami all'erotismo del tempo. Per quest'ultimo aspetto, il libro fu tacciato di immoralità e di scandalo, e fu in molte epoche censurato o comunque non adeguatamente considerato nella storia della letteratura.  E’ però una delle opere più importanti della letteratura del Trecento europeo, oltre che capostipite della prosa in Volgare italiano, di cui avete qui potuto gustare un esempio.
Il Decameron narra di un gruppo di giovani, sette donne e tre uomini, che per dieci giorni si trattengono fuori Firenze (per sfuggire all’epidemia di peste che in quel periodo imperversava nella città) e che a turno si raccontano delle novelle.
Per le sue caratteristiche la raccolta di Boccaccio va certamente annoverata tra le opere che ispirarono l'ideale di vita edonistica tipico della cultura umanista e rinascimentale, che auspicava un'esistenza dedicata al piacere ed al culto del vivere sereno.

Auguriamo a tutti serenità e, per dirla con Lorenzo de’ Medici,

                   “Chi vuol esser lieto, sia!”

     

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