Marzo 2016

Marzo è il mese dedicato alle Donne e all’emancipazione femminile.
E su questo argomento vogliamo proporvi un elaborato liberamente tratto dal libro “PANE NERO. Donne e vita quotidiana nella Seconda Guerra mondiale” (che consigliamo) e da un’intervista all’autrice Miriam Mafai.

… Carla stava davanti allo specchio, pettinando i suoi capelli lunghi e ondulati ... Dalla finestra il cortile appariva triste. Il gelo aveva bruciato le piante… Non era preoccupata, ma da qualche giorno non riceveva lettere dal marito…
Natale 1940, primo Natale di guerra, con quasi due milioni di uomini sotto le armi, e più freddo del solito. Amaro dicembre: per molte famiglie è il primo Natale senza il marito in casa.  
Amaro dicembre per le difficoltà quotidiane: da settembre il pane viene fatto con l’aggiunta di altre farine, ma la vendita è libera; a ottobre è cominciato il tesseramento del burro, dell’olio, dei grassi, a dicembre vengono razionati la pasta e il riso.  Amaro dicembre, primo Natale di guerra.
Gli uomini non possono più decidere: le decisioni allora spettano alle donne.  L’autonomia arriva per caso, introducendosi nelle ordinate vite domestiche e il più delle volte ha il sapore aspro della necessità. Nessuno l’ha cercata, ma all’improvviso le donne si trovano a dover fronteggiare una situazione del tutto nuova, da sole. Si tratta di riorganizzare la propria esistenza, si tratta di imparare a gestire i conti di casa, di seguire gli studi dei figli, di andare a parlare con gli insegnanti, di firmare la pagella...
La guerra costringe a cambiare abitudini, spinge ad uscire di casa, insegna a prendere decisioni prima non pensabili, obbliga all’iniziativa e al coraggio, che diventano elementi necessari per la sopravvivenza. Ma sollecita e stimola anche qualche corda segreta, quello spirito d’avventura che normalmente le donne reprimono, quasi fosse una vergogna o un peccato.
I soldi le donne sono abituate a spenderli, giorno per giorno, o a risparmiarli. Adesso la guerra le spinge a cercare di guadagnarli.
Una donna ricorda: “Mio marito partì tra i primi e, benché avessi soltanto vent’anni, avevo già una figlia. Un po’ perché i soldi non bastavano, un po’ perché avevo voglia di fare qualcosa per conto mio, fatto sta che decisi di entrare nell’Azienda del tram. Quando mio marito lo seppe andò su tutte le furie, ma alla fine accettò la mia decisione. Guidare il tram…ah, guidare il tram era una bella soddisfazione...”
Le donne che sono assunte negli anni della guerra come tranviere, come postine o come impiegate, ottengono tutte un “contratto a termine” in modo che a guerra finita, tornati gli uomini, non possano accampare diritti e sia più facile licenziarle.
Prime settimane di lavoro per decine di migliaia di giovani donne, primi stipendi. Primi soldi da spendere, ragionevolmente certo, ma finalmente senza dover chiedere il permesso a nessuno.
Ai fascisti non sono mai piaciute le donne lavoratrici, così come non apprezzano le donne che studiano e pretendono di esercitare una professione. “Riconosco”, aveva confidato Mussolini a una giornalista francese, “che molte donne si trovano sotto la pressione di difficili condizioni economiche e sono per conseguenza obbligate a cercare un lavoro fuori dalla propria casa. Ma il loro vero compito è soprattutto quello di spose e di madri. Il vero posto della donna, nella società moderna, è, come nel passato, in casa.”
Ai datori di lavoro però non dispiace affatto assumere donne, checché ne dica il Fascio. Si pagano all’incirca la metà e rendono più o meno quanto un uomo. Le operaie non hanno diritto a qualifica: sono classificate tutte soltanto come donne.
Le grandi aziende, come la Fiat a Torino o la Pirelli e la Falk a Milano, sono tutte dichiarate di importanza strategica nazionale. Gli uomini che vi lavorano sono considerati mobilitati: spesso vengono licenziati e mandati al fronte. Così in queste aziende si sono fatti posti vuoti, specie nelle attività meno qualificate, e lì entrano le donne, in prevalenza mogli e figlie di richiamati e di combattenti…
Il mercato del lavoro era allora molto meno rigido di quello che noi conosciamo adesso.  Di volta in volta a seconda della necessità della produzione si licenziava della gente o se ne assumeva.
Gli stipendi comunque erano bassi. Ad esempio in una filanda di Cuneo, le donne e le ragazze guadagnavano cinque lire al giorno. Racconta una di loro: “Sono andata a lavorare in filanda a dodici anni e ci sono rimasta praticamente per tutta la vita. Ci si bruciavano le mani nell’acqua bollente. Dopo poco giorni la pelle era a brandelli, le dita e i palmi delle mani bruciati, perché la “filera” aveva sempre le mani nella bacinella con l’acqua a settantacinque gradi. Ma cantavamo tutto il giorno malgrado le mani rovinate. Dormivamo in filanda, negli stanzoni, come i soldati. Venti per camerata. Dalle sette di sera alle nove avevamo libera uscita e guai se tardavamo anche solo cinque minuti a rientrare.  Poi alle dieci tutte a dormire.”
Miriam Mafai racconta:
Raccogliendo le storie di tante donne degli anni che vanno dal 1940 al '45, mi ha colpito il fatto che, parlando di quel periodo, le donne dicessero a un certo punto, come sovrappensiero: “…però, in fondo, è stato bello”.
Un’affermazione curiosa se si pensa che gli avvenimenti ai quali si riferivano sono stati certamente tra i più tragici della nostra storia e della loro vita. Quell’affermazione doveva essere precisata e chiarita.
“…però, è stato bello”: forse perché, sia pure tra le difficoltà e le tensioni della vita quotidiana, ognuna di loro dovette imparare in quegli anni a decidere da sola, senza l’aiuto né la tutela di padri, mariti, fidanzati.
“...però, è stato bello”: forse perché ognuna di loro divenne, nel pericolo e nella miseria, più padrona di se stessa.


Le storie della gente comune raccontano che, come già era avvenuto negli anni del primo conflitto mondiale, anche nel periodo bellico della Seconda Guerra mondiale e per tutta la durata della Resistenza, le donne seppero far fronte alle difficoltà del momento con coraggio, intraprendenza e determinazione, ponendo solide basi per l’emancipazione femminile, che divenne poi dirompente negli anni a venire, a cominciare dal suffragio universale di 70 anni fa. Le prime elezioni amministrative alle quali le donne italiane furono chiamate a votare si svolsero a partire dal 10 marzo 1946 in 5 turni, mentre le prime elezioni politiche (con il Referendum istituzionle Monarchia-Repubblica) si tennero il 2 giugno 1946, con un'affluenza straordinaria dell'elettorato femminile.


Auguri a tutte le donne!
da Associazione TeS – Tempo e Spazio

     

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